Il direttore del Pronto soccorso dell’ospedale di Terni, Giorgio Parisi, ha replicato alla lettera pubblicata nei giorni scorsi dal figlio di un paziente di 91 anni. Il familiare aveva riferito che l’anziano era rimasto per due giorni su una barella della struttura, descrivendo una situazione di prolungata permanenza e sostenendo che non fosse l’unico caso.
Parisi definisce quella ricostruzione profondamente distante dalla realtà e, pur dicendo di comprendere il disagio vissuto dal paziente e dalla famiglia dopo una caduta con conseguenti fratture, ricostruisce diversamente l’accaduto. Secondo il direttore, l’uomo è arrivato in ospedale dopo una caduta accidentale ed è stato preso in carico dal personale sanitario, sottoposto agli esami necessari e valutato dagli specialisti.
Il percorso sanitario
Gli accertamenti, riferisce Parisi, hanno evidenziato una frattura del bacino e della rotula. L’intero percorso diagnostico e specialistico si sarebbe concluso in circa tre ore e trenta minuti dall’accesso. Al termine delle valutazioni, il paziente sarebbe risultato clinicamente dimissibile, senza indicazioni al ricovero in un reparto per acuti.
La decisione medica, spiega il direttore, è stata quindi quella di disporre la dimissione al domicilio. Prima della caduta, l’anziano viveva nel proprio contesto abituale e, secondo la valutazione riportata, non presentava condizioni tali da richiedere l’ospedalizzazione. Le lesioni avevano ridotto la sua autonomia, ma non configuravano un quadro clinico compatibile con un ricovero ordinario.
La permanenza in barella
La soluzione del rientro a casa, prosegue Parisi, non sarebbe stata accolta dai familiari, che avrebbero manifestato l’indisponibilità a riportare il paziente al domicilio e a garantirgli l’assistenza temporanea necessaria. Da quel momento, sostiene il direttore, la questione avrebbe assunto soprattutto carattere assistenziale e organizzativo, con la necessità di individuare un’alternativa per una persona che non aveva bisogno di cure ospedaliere ma non poteva essere immediatamente riaffidata alla famiglia.
Per questo motivo Parisi respinge l’ipotesi che il Pronto soccorso abbia ritardato decisioni cliniche, omesso accertamenti o lasciato il paziente senza assistenza. La permanenza successiva nella struttura, secondo la sua versione, sarebbe stata legata alle difficoltà nell’attuazione della dimissione e nella ricerca di una collocazione adeguata, non a una mancata presa in carico sanitaria.
Il direttore rivendica inoltre il lavoro svolto da medici, infermieri e operatori socio-sanitari, affermando che il personale avrebbe continuato a occuparsi della situazione anche dopo la conclusione del percorso medico. Parisi definisce ingiuste e non supportate dai fatti le accuse di indifferenza rivolte agli operatori, pur riconoscendo l’esistenza di criticità e margini di miglioramento, come in ogni Pronto soccorso italiano.
Nella replica viene richiamata anche la presenza di procedure aziendali per disciplinare il coinvolgimento dei familiari nell’assistenza personalizzata non sanitaria. Le regole, spiega Parisi, servono a garantire sicurezza, riservatezza, organizzazione delle attività ed equità tra gli utenti. La presenza dei parenti viene considerata una risorsa, ma deve avvenire nel rispetto delle disposizioni della struttura.
Parisi conclude sostenendo che la documentazione e gli eventi smentirebbero l’attribuzione di responsabilità al personale del Pronto soccorso di Terni. La vicenda, nella sua ricostruzione, sarebbe nata da una difficoltà successiva alla conclusione degli accertamenti clinici e non da un mancato intervento sanitario.